Sapete che Punta Campanella divide la costiera sorrentina da quella amalfitana? Siete mai saliti sul promontorio chiamato Mont’Alto che sovrasta la sottostante Baia di Ieranto?

Se non ci siete mai stati, prima di raccontarvi la suggestiva leggenda della Campana, ecco qualche utile consiglio!

La penisola sorrentina è un lembo di terra che si estende nel mare dividendo il golfo di Napoli e quello di Salerno ed il suo territorio è attraversato dalla catena dei Monti Lattari che degradano verso il mare e terminano nella punta più estrema di fronte l’isola di Capri, un tempo collegata alla terra ferma.

Ebbene questa punta estrema della penisola, che sembra voler toccare la maestosa isola con i suoi faraglioni, è proprio detta Punta Campanella.

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Punta Campanella - Massa Lubrense
Torre Minerva sul propmontorio di Punta Campanella - Massa Lubrense

Il paesaggio che si ammira da qui è indescrivibile, tanto che, le parole non sono mai all’altezza per descrivere una cosi straordinaria bellezza naturale.

Sulla cima del promontorio tutt’oggi si può ammirare la torre di Minerva la quale – nonostante sia esposta ai venti e al mare forte – ancora mostra tutta la sua fierezza nell’ergersi impavida sull’estrema punta di un paradiso.

Edificata a protezione del territorio dalle incursioni barbariche, la torre prima era un tempio greco e poi romano dedicato alla dea Atena/Minerva, divinità depositaria della saggezza per gli antichi popoli.

Nel frattempo, prima di andare avanti, godetevi questa fantastica fotogallery per immergervi totalmente nella magica atmosfera di questo luogo! (© Fotografie di Francesca D’Esposito)

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Sotto la dominazione spagnola, queste torri a base quadrangolare furono disseminate lungo tutta la penisola per prevenire le incursioni saracene; erano fornite di una cisterna d’acqua, un deposito di viveri provvisto di forno per il pane, di alloggi, artiglierie e tutto il necessario per poter supportare un contingente di guardia adibito all’avvistamento e alla prima difesa.

La torre di Minerva essendo posizionata all’estremità della penisola, spesso era la prima a comunicare l’avvistamento pirata alla torre immediatamente precedente e a quella successiva, con segnali di fumo di giorno e di fuoco durante la notte.

Inoltre, ogni torre, tra gli agenti di guardia, aveva un “cavallaro” (da qui anche il nome di “torre cavallara”) pronto a correre in paese per dare l’allarme ai cittadini.

La Leggenda di Punta Campanella

Nonostante una struttura di avvistamento così organizzata, la leggenda vuole che una notte accadde la più banale delle fatalità che costò un caro prezzo a tutto il territorio.

Una notte, infatti, una flotta saracena ben munita e numerosa, dislocò le sue galere lungo tutto il territorio, dal Cantone a Massa Lubrense, quest’ultima sprovvista di protezione, fino a Sorrento.

In realtà, le grosse mura di cinta di Sorrento, le rupi inaccessibili e i solidi baluardi di cui era munita, avevano da sempre rappresentato un deterrente per le incursioni.

Stavolta, però, il nemico per pura casualità trovò il modo per fare breccia nelle mura di Sorrento e ci riuscì senza troppi sforzi semplicemente perché qualcuno aprì una delle porte a difesa della città, per la precisione quella di Marina Grande.

Punta Campanella a Massa Lubrense - About Sorrento
Una spettacolare panoramica di Punta Campanella con la Torre Minerva

Le quattro chiavi di accesso alle porte della città erano all’epoca detenute dalla famiglia più ricca e potente, i Correale.

Guidato da uno spirito di pietà e compassione, il cavaliere Onofrio Correale, aveva preso con sé un domestico ottomano, convertendolo alla religione cattolica e ribattezzandolo con il nome di Ferdinando.

Eppure, talvolta accade che basta un concatenarsi di eventi, perché la vera natura degli uomini prima o poi prenda il sopravvento.

Quella notte – ricordata come la più grande invasione saracena subita dal territorio – la famiglia Correale aspettava un parente dal mare per cui Onofrio consegnò le chiavi di Marina Grande all’ormai fidato domestico Ferdinando il quale negli anni si era distinto per bravura e rispetto, conquistando piena fiducia dell’interna famiglia.

Ferdinando avrebbe dovuto aspettare e accogliere l’ospite ma quando vide le galere della sua terra natia, il richiamo delle sue origini prese il sopravvento sull’amorevole ospitalità con cui Sorrento l’aveva accolto.

La porta si aprì e quello che successe dopo è raccontato e raffigurato come una grande sciagura per tutto il paese: la città fu colta nel sonno, le case e le chiese furono depredate di ogni risorsa; le fiamme distrussero tutto ciò che non poteva essere saccheggiato.

L’assalto durò un intero giorno e si concluse con un carico di prigionieri ed un ricchissimo bottino che comprendeva anche la campana della chiesa di S. Antonino, Santo patrono di Sorrento.

Le galere ottomane lasciandosi alle spalle distruzione, paura e disperazione, abbandonarono le coste sorrentine e si diressero verso Punta Campanella.

Tutte le navi riuscirono a voltare il promontorio eccetto quella che trasportava la campana.

I turchi cercarono più volte di eseguire la manovra ma senza risultato: all’altezza del capo la nave inspiegabilmente restava immobile senza riuscire a procedere.

Presi dell’angoscia che il resto della flotta ormai si era allontanata e sorpresi da una strana sensazione di timore, decisero di alleggerire la nave buttando in mare l’unico carico più pesante, la campana di S. Antonino.

Subito dopo, misteriosamente, la nave riuscì a fare la manovra e a procedere spedita per raggiungere le altre.

La leggenda racconta che da quella notte di saccheggi, tradimenti, morte e paure, ogni 14 febbraio si sentono i rintocchi della campana di S. Antonino inabissata nelle acque.

Come raggiungere Punta Campanella

Per raggiungere Punta Campanella si deve partire dalla piazzetta di Termini (frazione di Massa Lubrense) raggiungibile in autobus (Sita) da Sorrento o da Massa Lubrense, oppure potete raggiungere Termini in auto se preferite.

La Piazzetta di Termini offre una vista spettacolare su Capri che fa da sfondo perfetto a foto spettacolari da portare con voi come ricordo.

Il sentiero è ben tracciato e prevede circa due ore di cammino in totale (andata e ritorno), ha un grado di difficoltà lieve, pertanto è accessibile anche alle famiglie.

Una variante più impegnativa per chi è allenato e non si lascia spaventare da sentieri impervi di montagna può optare di continuare la propria escursione imboccando il sentiero che – attraverso una salita abbastanza impegnativa – porterà sulla cima del sovrastante Monte San Costanzo.